Ci sono storie che attraversano i secoli in modo imprevedibile. Questa inizia a Genova nel Cinquecento e finisce in un vinile del 1990, passando per Costantinopoli, l'Egitto e il palazzo del sultano. È la storia di un nome che non si è spento, e di come la memoria mediterranea funzioni in modi strani e sotterranei.
Scipione Cicala era nato in una di quelle famiglie genovesi che avevano interessi ovunque ci fosse mare da navigare e affari da concludere. I Cicala erano nobili, ma di quella nobiltà ligure che non stava chiusa nei palazzi: mercanti, corsari, uomini di mare e di commercio. Il padre di Scipione, Luigi, era esattamente questo tipo di personaggio: un aristocratico che però passava più tempo tra navi e porti che tra saloni e cappelle.
Intorno al 1560 Scipione viene catturato. Non sappiamo esattamente dove, né se fosse su una nave del padre o se si trovasse già altrove per affari di famiglia. Quello che sappiamo è che finisce nelle mani dei turchi e viene portato a Costantinopoli. Aveva forse sedici, diciassette anni. Un'età in cui la vita può ancora prendere qualsiasi forma.
L'Impero Ottomano del XVI secolo aveva un sistema particolare per gestire i prigionieri di valore: invece di chiedere riscatti, spesso li assorbiva. Ragazzi come Scipione venivano convertiti all'Islam, educati nelle scuole del palazzo imperiale e inseriti nella macchina amministrativa e militare dell'Impero.
Non era crudeltà gratuita, ma pragmatismo: lo Stato ottomano si nutriva di talenti stranieri, li trasformava in sudditi fedeli e li faceva salire fino ai vertici del potere.
Scipione Cicala diventa Yusuf Sinan. Il cambio di nome non è solo simbolico: è un azzeramento e una rinascita. Da quel momento il giovane genovese sparisce dai registri europei ed entra in quelli ottomani. E non come figura marginale: Sinan fa carriera in modo folgorante. Viene nominato governatore dell'Egitto, comanda truppe nelle campagne contro la Persia, partecipa alle complesse manovre politiche della corte del sultano Murad III. Nel 1591 raggiunge il vertice: diventa Kapudan Paşa, il comandante supremo della flotta ottomana. Poco dopo sarà anche Gran Visir, cioè il secondo uomo più potente dell'Impero dopo il sultano stesso.
Le fonti europee che lo menzionano – soprattutto veneziane – ne parlano con una miscela di fascino e inquietudine. È uno di loro, ma non più. È diventato turco, ma resta genovese nel sangue. I dragomanni veneziani annotano le sue mosse, i suoi rapporti con il sultano, le sue alleanze. Lo temono, forse, ma anche lo riconoscono come un enigma vivente: un cristiano diventato musulmano, un ligure diventato ottomano, un ex prigioniero diventato padrone del Mediterraneo orientale.
Nel 1604 Sinan viene inviato sul fronte orientale, dove è scoppiata una nuova guerra contro la Persia. È vecchio ormai, ha sessant'anni passati, ma il sultano ha ancora bisogno di lui. La campagna del 1605 si rivela disastrosa: le forze che comanda vengono sconfitte vicino al lago Urmia, nei pressi di Tabriz. Sinan è costretto a ritirarsi verso la fortezza di Van, poi più a ovest, verso Diyarbakır.
Muore durante questa ritirata, nel dicembre del 1605. Sulla sua fine circolano versioni diverse: le fonti più attendibili parlano di morte per malattia o ferite durante la ritirata dalla Persia, ma altre tradizioni vogliono che sia morto in Podolia, nell'odierna Ucraina, forse per mano di un cattolico che lo avrebbe trafitto sussurrandogli "rinnegato". Quale che sia la verità, la sua storia avrebbe potuto restare confinata negli archivi, una nota a piè di pagina nella lunga lista di europei convertiti al servizio della Sublime Porta. E invece qualcosa del suo nome è sopravvissuto.
Tre secoli e mezzo dopo, nel 1990, esce un album che si chiama Le Nuvole. È un disco denso, stratificato, pieno di personaggi ai margini: mendicanti, giudici corrotti, santi eretici, condannati. Tra questi personaggi c'è anche un certo Sinàn Capudàn Pascià. Il titolo stesso è una dichiarazione: non è italiano, non è turco moderno, è una trascrizione fonetica dell'ottomano, un reperto linguistico.
La canzone si apre con un'immagine che rovescia l'ordine del mondo: il Signore che smette di fare il Signore, un'autorità che si ritira lasciando gli uomini senza guida. E in questo scenario compare il nome di Sinan, legato alla sua galera. Ma non è il Sinan storico quello della canzone: non ci sono battaglie navali, non c'è la corte ottomana, non c'è l'Egitto. Il Sinan della canzone è un personaggio allegorico, simbolico, che viene messo al rogo e ride mentre brucia. È uno dei tanti condannati, uno dei tanti ribelli che popolano l'universo di questo disco e di questo autore.
L'autore, naturalmente, è Fabrizio De André.
Non sappiamo se Faber conoscesse davvero la storia del Cicala. Genova è una città che ricorda a lungo le sue famiglie nobili e le loro storie mediterranee, quindi è possibile che qualcosa gli fosse arrivato, magari per vie indirette, magari come eco, come nome sentito e rimasto impigliato nella memoria. Quello che è certo è che il nome "Kapudan Paşa" è troppo preciso, troppo specifico, troppo raro per essere casuale. Non è un titolo generico: è quel titolo, quello del comandante della flotta ottomana. E De André lo riprende quasi alla lettera, turchizzandone solo la pronuncia.
Così il cerchio si chiude in modo imprevisto. Un genovese del Cinquecento diventa ammiraglio turco e il suo titolo, secoli dopo, viene raccolto da un altro genovese che ha sempre guardato ai margini, alle periferie, ai confini sfumati tra civiltà. La canzone non racconta la storia vera di Sinan Cicala, ma ne usa il nome come una maschera, un simbolo di potere e caduta, di comando e condanna. La parola "galera" non è lì per caso: è la nave da guerra ottomana, ma è anche la prigione, il luogo della condanna. Sinan è insieme il comandante e il condannato, l'artefice del potere e la sua vittima.
Il Mediterraneo non compare esplicitamente nella canzone, eppure è ovunque: nel titolo ottomano, nella galera, nel nome ibrido di un uomo che sta tra due mondi. È la memoria sotterranea del testo, il mare che non si vede ma si sente sotto ogni verso.
Quando storia e immaginazione si incontrano non devono coincidere perfettamente. È sufficiente che si parlino, che un nome arrivi da lontano e trovi qualcuno capace di raccoglierlo e dargli nuova vita. Il vero Sinan era un uomo di potere, un governatore, un ammiraglio, un politico spietato. Il Sinan della canzone è un reietto che ride mentre brucia. Sono diversi, certo. Ma il nome è lo stesso. E il nome è ciò che sopravvive più a lungo della biografia.
Per approfondire:
Alessandro Barbero, Il divano di Istanbul. Storie di italiani nel Levante, Laterza
Halil İnalcık, The Ottoman Empire: The Classical Age 1300–1600, Phoenix Press
Suraiya Faroqhi, The Ottoman Empire and the World Around It, I.B. Tauris
Caroline Finkel, Osman's Dream: The Story of the Ottoman Empire 1300–1923, John Murray
Giancarlo Casale, The Ottoman Age of Exploration, Oxford University Press
Archivio di Stato di Genova, Serie "Cicala", documenti vari (XVI sec.)
Fabrizio De André, Le Nuvole (Ricordi, 1990)
