L'Anatolia sud orientale Güneydoğu Anadolu è la regione dove la Turchia incontra la Mesopotamia, dove l'altopiano compatto fatto di grano e silenzio lascia il posto a un paesaggio più mosso. Le colline si sgretolano in pietra calcarea e la terra inizia a digradare verso qualcosa che sta altrove: la Siria, l'Iraq, la pianura che per millenni ha significato fiumi e città.
Qui si vive sul bordo dell'altopiano. Le colline intorno a Şanlıurfa sono brulle, percorse da una luce bianca che d'estate diventa abbagliante. Gaziantep sorge su alture che sembrano già preannunciare la discesa, circondata da campi che sfumano verso il confine. Diyarbakır si affaccia direttamente sul Tigri, con le sue mura nere di basalto che hanno resistito a millenni di assedi. La sensazione è fisica: sei sempre in bilico tra due mondi, tra l'interno anatolico e l'apertura verso sud.
L'elemento che davvero definisce questa regione sono i due grandi fiumi: il Tigri e l'Eufrate. Nascono sulle montagne dell'Anatolia orientale, attraversano il sud-est scavando gole profonde, e poi proseguono verso la pianura mesopotamica, in Siria e Iraq. Per millenni hanno reso possibile l'agricoltura, il commercio, la vita stessa in una zona altrimenti arida. Oggi li domano le dighe del Progetto GAP, che hanno trasformato il paesaggio e l'economia locale.
Le altitudini qui variano rapidamente: si passa dai 500 ai 1.000 metri con pochi chilometri, e questa irregolarità del terreno ha reso storicamente la regione un territorio di passaggio, mai isolato come le zone più interne dell'Anatolia centrale. Il clima riflette questa posizione di soglia: inverni rigidi ma brevi, estati torride che anticipano quelle della pianura mesopotamica. La pioggia è scarsa, il vento costante. E sotto, sempre, la pietra calcarea e il basalto che affiorano ovunque, come se il territorio volesse ricordarti che qui la geologia parla prima di tutto.
Göbekli Tepe e il Neolitico: quando il sacro precede la città
Su una di queste colline brulle, a pochi chilometri da Urfa, il Neolitico ha riscritto le proprie regole. Göbekli Tepe è un complesso monumentale costruito circa 11.500 anni fa, quando non esistevano ancora villaggi stabili, quando l'agricoltura era agli albori e la vita era ancora seminomade. Qualcuno — o molti, in molte generazioni — ha scolpito decine di pilastri a forma di T, alti fino a cinque metri, decorati con figure animali e simboli che non sappiamo ancora decifrare.
Prima sono arrivati i templi, poi i villaggi. Prima il sacro, poi la città. Questo ribalta l'idea lineare con cui abbiamo sempre raccontato la nascita della civiltà: forse è stato proprio il bisogno di ritrovarsi attorno a un luogo sacro a spingere comunità diverse a coordinarsi, a organizzarsi, a rimanere.
Il paesaggio intorno a Göbekli Tepe offre visibilità, controllo del territorio, isolamento. È un luogo che ti obbliga a salire, a farti vedere, a esporti. Forse era proprio questo il punto: creare uno spazio che fosse "altro" rispetto alla vita quotidiana, un luogo di incontro che richiedesse uno sforzo per essere raggiunto.


Altri siti neolitici della regione — come Çayönü e Nevalı Çori — confermano che questa fascia tra Anatolia e Mesopotamia è stata uno dei laboratori della rivoluzione agricola e dei primi culti organizzati. Siamo nella parte nord della Mezzaluna Fertile, e da qui simboli, tecniche agricole e forme di organizzazione sociale si sono diffusi verso ovest, verso l'Europa.
Göbekli Tepe rappresenta l'estremo orientale di questo asse neolitico. Dall'altra parte c'è Çatalhöyük, sull'altopiano centrale: un tempio isolato contro una città compatta, dove le case si toccano e le persone vivono ammassate. Due modi opposti di immaginare lo spazio, entrambi nati in Anatolia.
imperi, regni e popoli di confine
L'Anatolia sud orientale è uno dei luoghi dove la stratificazione storica è più densa e visibile. Qui sono passati Hurriti, Assiri, Urartu (il regno che dominava dall'area del Lago di Van fino alle anse dell'Eufrate), regni neo-ittiti, e poi Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Selgiuchidi, Ottomani. Ogni strato ha lasciato tracce: mura, templi, moschee, monasteri, lingue.
Nel II millennio a.C. questa era zona di contatto tra potenze anatoliche e mesopotamiche. Gli Assiri controllavano rotte commerciali e miniere, gli Hurriti influenzavano lingue e culti, gli Urartiani costruivano fortezze. Era sempre una frontiera mobile.
Tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C., qui nasce il regno di Commagene, un piccolo stato cuscinetto tra mondo romano e persiano. Il suo re più famoso, Antioco I, fece costruire sulla cima del Monte Nemrut (Nemrut Dağı) un tumulo funerario monumentale circondato da statue colossali di sé stesso e delle divinità: Zeus-Oromasde, Apollo-Mithra, Eracle, divinità sincretiche che fondono Grecia e Persia. Le statue, alte fino a 9 metri, sono ancora lì, decapitate dai terremoti ma intatte nella loro potenza simbolica.

A Urfa (l'antica Edessa), nasce il regno di Osroene, uno stato aramaico-siriaco che diventa prima regno cliente di Roma, poi provincia imperiale. Edessa è un crocevia di culture e dottrine cristiane orientali, e la tradizione vuole che qui sia custodita una delle prime immagini di Cristo.
In età tardoantica, molte città del sud-est diventano fortezze di frontiera dell'Impero bizantino. Diyarbakır (l'antica Amida) viene circondata da mura monumentali in basalto nero — lunghe 5,5 km, alte fino a 12 metri — che proteggono il limes contro Sasanidi prima e poteri islamici poi. Queste mura, oggi patrimonio UNESCO, sono tra le meglio conservate al mondo e definiscono ancora il centro storico della città.
Dal VII secolo la regione entra nell'orbita dei califfati arabi. Urfa, Mardin, Diyarbakır passano attraverso fasi bizantine, armene, arabe, selgiuchidi, generando un mosaico religioso — cristiani siriaci, armeni, comunità musulmane — che segna ancora l'identità del sud-est.
Con l'Impero ottomano (XVI secolo), la regione viene incorporata stabilmente e organizzata in eyalet strategici sulla frontiera con mondo persiano e arabo. Per secoli resta una frontiera interna ottomana, dove convive un mosaico di gruppi — turchi, curdi, armeni, siriaci, arabi — legati a reti carovaniere e agricole.
Città del sud-est: Şanlıurfa, Gaziantep, Diyarbakır, Mardin
Le città del sud-est hanno un tessuto urbano stratificato, complicato, attraversato da lingue, religioni, storie che si sono sovrapposte senza mai cancellarsi del tutto.
Şanlıurfa: la città dei profeti
Şanlıurfa è la città dei profeti. Secondo la tradizione, qui è nato Abramo, e il lago sacro di Balıklıgöl — quello con le carpe che nessuno osa pescare — sarebbe sorto proprio nel punto in cui il patriarca fu gettato nel fuoco e salvato dalle fiamme trasformate in acqua. La città vive tra devozione e quotidiano: le moschee si riempiono, i mercati traboccano di spezie e tessuti, le sere d'estate le famiglie si siedono nei giardini attorno al lago. C'è una densità simbolica che si respira camminando, una concretezza forte, fatta di lavoro, traffico, costruzioni che crescono in fretta.


A pochi chilometri da Urfa, verso sud, c'è Harran, un villaggio di case a cupola in mattoni di fango che sembrano uscite da un racconto delle Mille e una Notte. Harran è legata alla tradizione abramitica — secondo la Bibbia, Abramo visse qui prima di partire per Canaan — e conserva resti di un'antica università islamica. Le case a cupola, uniche in Turchia, sono costruite senza legno, solo con fango e paglia, e mantengono freschi gli interni anche con 45 gradi all'esterno.
Gaziantep: metropoli di lavoro e tavole piene
Gaziantep è città di lavoro, di produzione, di tavole piene. Nodo commerciale tra alture e pianura, è sempre stata un punto di passaggio obbligato per chi andava a sud o risaliva verso l'interno. Oggi è riconosciuta dall'UNESCO come Creative City of Gastronomy: qui la cucina è identità collettiva, orgoglio territoriale, economia. Nei ristoranti di Gaziantep il cibo arriva in quantità che sembrano sfidare le leggi della fisica, e ogni piatto racconta qualcosa del territorio.
Gaziantep custodisce uno dei musei di mosaici più importanti al mondo: il Zeugma Mosaic Museum, con pavimenti romani salvati dalle acque della diga di Birecik. I mosaici — tra cui la celebre "Gypsy Girl" con i suoi occhi magnetici — raccontano la ricchezza della città romana di Zeugma, fondata da Alessandro Magno e fiorita come avamposto commerciale sull'Eufrate.
Il paesaggio dei pistacchieti intorno a Gaziantep è fatto di colline calcaree, terreni aridi, altitudini che oscillano tra i 600 e i 1.000 metri. Le piante hanno bisogno di freddo intenso d'inverno per riposare, e di caldo torrido d'estate per maturare. Qui, in questa fascia ristretta tra altopiano e pianura, le condizioni sono perfette. I pistacchieti si arrampicano sulle colline, seguono i crinali, si fermano dove la pietra affiora troppo vicina. Questi alberi vengono ereditati, piantati per figli e nipoti, e un pistacchieto maturo può produrre per decenni. Il pistacchio di Gaziantep è diventato prodotto DOP, riconosciuto in tutto il mondo per la sua qualità superiore: guscio sottile, colore verde intenso, sapore concentrato.
Diyarbakır: mura nere sul Tigri
Diyarbakır sorge sulle rive del Tigri. Le sue mura di basalto nero — patrimonio UNESCO — sono tra le più imponenti e meglio conservate al mondo: 5,5 km di lunghezza, 82 torri, altezze che arrivano a 12 metri. Costruite in epoca romana e rafforzate nei secoli successivi, definiscono ancora il centro storico e danno alla città un carattere fortificato, quasi marziale.
Dentro le mura, il tessuto urbano è un labirinto di vicoli stretti, case in pietra scura, moschee e chiese che raccontano secoli di convivenza tra musulmani, cristiani siriaci, armeni. Il ponte romano di Diyarbakır (On Gözlü Köprü) attraversa il Tigri con dieci arcate in basalto nero. È uno dei ponti più antichi ancora in uso, e da lì si vede il fiume scorrere lento verso la Mesopotamia, carico di storia e di acqua che sarà contesa a valle.
La cucina di Diyarbakır è celebre per la kaburga dolması (costolette di agnello ripiene), per le angurie giganti che crescono sulle rive del Tigri, e per i pasti comunitari dove il cibo arriva in vassoi enormi da condividere.


Mardin: la città di pietra affacciata sulla Mesopotamia
Mardin domina la pianura mesopotamica da una cresta rocciosa. Le case in pietra color miele si arrampicano sulla collina, una sopra l'altra, con terrazze che si affacciano verso sud, verso la Siria, verso l'orizzonte piatto della Mesopotamia. Quando il sole tramonta, la pietra si accende di arancione e la città sembra sospesa tra cielo e terra.
Mardin è stata per secoli un crocevia di popoli e religioni. Qui convivono musulmani, cristiani siriaci, yezidi. I monasteri siriaci nei dintorni — come Deyrulzafaran e Mor Gabriel — sono tra i più antichi del cristianesimo, ancora abitati da comunità monastiche che celebrano messa in aramaico, la lingua di Cristo.
Il centro storico di Mardin è un museo a cielo aperto: minareti, chiese, madrase (scuole coraniche), bazar coperti. Camminare per le sue strade strette è sfogliare un libro di storia fatto di pietra. La cucina mardiniana porta influenze arabe e assire: sembusek (fagottini ripieni), stufati speziati, dolci come harire (a base di grano e zucchero).
Hasankeyf: memoria sommersa
A sud-est di Mardin, vicino al confine con la Siria, c'era Hasankeyf, un villaggio millenario arroccato sulle rive del Tigri. Hasankeyf aveva grotte abitate dal Neolitico, un ponte medievale, moschee, madrase. Nel 2020 è stata in gran parte sommersa dalle acque della diga di Ilısu, parte del Progetto GAP. Alcuni monumenti sono stati smontati e trasferiti, ma il villaggio antico è scomparso sotto il lago artificiale.


Il Progetto GAP: l'acqua come trasformazione
Il Progetto dell'Anatolia Sud-Orientale (Güneydoğu Anadolu Projesi, GAP) è uno dei più grandi progetti idraulici al mondo. Lanciato negli anni '80, prevede 22 dighe e 19 centrali idroelettriche sui fiumi Tigri ed Eufrate, con l'obiettivo di irrigare 1,8 milioni di ettari e produrre energia per tutto il sud-est.
Il GAP ha trasformato il paesaggio e l'economia locale. Zone aride sono diventate campi coltivati, la produzione agricola è aumentata, l'occupazione è cresciuta. Il progetto ha alterato ecosistemi fluviali e sommerso siti archeologici come Hasankeyf. L'acqua, in questa regione, è potere, sviluppo, memoria che scompare.
Popoli, lingue e stratificazioni culturali
L'Anatolia sud-orientale è una delle regioni etnicamente e linguisticamente più complesse della Turchia. Qui si intrecciano comunità che parlano turco, curdo, arabo, aramaico. Ci sono comunità cristiane siriache e assire legate a monasteri storici, soprattutto nell'area di Mardin e Tur Abdin.
Questa stratificazione attraversa la vita quotidiana, i mercati, le feste religiose, i modi di cucinare. Mercati, moschee, chiese e caravanserragli raccontano secoli di attraversamenti tra Anatolia interna, Siria e Iraq. Le rotte carovaniere che collegavano Istanbul a Baghdad passavano di qui, e ogni città era un punto di sosta, scambio, incontro.
Cucina del sud-est: spezie, carne, fuoco lento
La cucina dell'Anatolia sud-orientale è tra le più ricche e caratterizzate della Turchia. Qui domina la carne (soprattutto agnello e manzo), i kebab, le lunghe cotture e l'uso intenso di spezie. È una cucina robusta, speziata, generosa, fatta per tavolate comunitarie dove si mangia insieme e a lungo.
Le spezie definiscono il carattere dei piatti. L'isot — il peperoncino di Urfa, essiccato al sole e poi trattato con olio, che gli dà un colore quasi nero e un sapore affumicato e leggermente dolce — è ovunque: su kebab, insalate, yogurt. Poi cumino, sumac, aglio in quantità industriali, menta secca. I sapori sono decisi, mai timidi.
Gaziantep è sinonimo di baklava e katmer. Il baklava qui è un'arte: strati sottilissimi di pasta fillo, burro chiarificato, pistacchi tritati, sciroppo. Ogni pasticceria ha la sua ricetta segreta e i gaziantepli ti diranno che il baklava fatto altrove "non è vero baklava". Altri piatti iconici: beyran (zuppa di agnello con riso, aglio e isot, servita a colazione), lahmacun (pizza turca sottilissima con carne macinata e spezie), ali nazik (polpette su crema di melanzane affumicate e yogurt).
Şanlıurfa è legata all'Urfa kebabı (simile all'Adana ma più speziato) e al çiğ köfte, polpette di bulgur, pomodoro, isot e spezie, lavorate a mano per ore. Oggi il çiğ köfte vegetariano è diventato street food nazionale.
In tutta la regione, i pasti sono sociali e comunitari. Si mangia seduti per terra su tappeti, da vassoi enormi condivisi, bevendo ayran ghiacciato. La tavola è il centro delle relazioni familiari.

Vivere e viaggiare nel sud-est oggi
Il sud-est è una regione complessa, segnata da una storia lunga e da trasformazioni recenti. Il confine con la Siria ha cambiato tutto negli ultimi anni. Città come Gaziantep e Şanlıurfa hanno accolto centinaia di migliaia di rifugiati siriani, e questo ha trasformato il tessuto urbano, i mercati, le scuole, i quartieri. Si sente nel mix di accenti, nelle insegne bilingui, nella densità delle strade.
Questa è una zona sismica, attraversata dalla faglia dell'Anatolia orientale. I terremoti del febbraio 2023 hanno colpito duramente Gaziantep, Kahramanmaraş, Hatay, e molte città stanno ancora ricostruendo. La fragilità del costruito è evidente, c'è una capacità di rialzarsi che sorprende.
Il sud-est è spesso visto come "altro" rispetto a Istanbul o alla costa egea: più conservatore, più tradizionale, meno turistico. Eppure custodisce alcune delle tracce più antiche della civiltà umana, produce il miglior pistacchio del mondo, ha una cucina che lascia senza parole.
La distanza tra l'altopiano centrale e il sud-est è geografica e simbolica. Da una parte l'essenzialità del grano e del vento, lo spazio vuoto che obbliga a uno sguardo orizzontale. Dall'altra la densità di Göbekli Tepe, delle città-ponte, dei pistacchieti che arrivano fino al confine, dei fiumi che scorrono verso Mesopotamia. Due facce dell'Anatolia, entrambe necessarie per capire cosa significa vivere su questa terra.
Orientarsi verso il sud-est
Il sud-est richiede tempo, disponibilità a stare nei luoghi senza la fretta di spuntare una lista. Un itinerario possibile potrebbe partire da Şanlıurfa: la città, il lago sacro, Göbekli Tepe, i bazar. Se hai tempo, Harran per vedere le case a cupola.
Da lì, Gaziantep: per mangiare, per il museo dei mosaici di Zeugma, per i pistacchieti nei dintorni. Il Monte Nemrut (da Adıyaman): le statue colossali all'alba richiedono una sveglia alle 3 del mattino e una strada tortuosa di due ore, ma sono uno spettacolo che non si dimentica.
Verso est, Diyarbakır: le mura nere, il ponte sul Tigri, il centro storico. E infine Mardin, che merita almeno due notti: la città, i monasteri siriaci nei dintorni (Deyrulzafaran, Mor Gabriel), i tramonti sulla Mesopotamia.
